Ci sedemmo dalla parte del torto perché in cambio ci regalavano una Nintendo Wii
10/07/2009 Dag
Edificante storiella di mezza estate #4 il pericoloso avvicinamento allo Smaila
Il Lumumba era un locale che faceva prevalentemente musica afroamericana, ovvero hip-hop, r’n’b e altre disdicevoli sciocchezze che ci fanno ben rimpiangere il cotone e le catene. Non potevamo, però, chiedere di meglio per guadagnarci il nostro ingresso nell’Olimpo che il palcoscenico di giovani gangsta bianchi, incapaci di scendere a patti col fatto che loro non sono negri e non c’è alcun ghetto a Riccione. Barattammo con un kazako lì vicino dei denti d’oro finti in cambio dell’incendio della roulotte della sua ex, lavoro così ben eseguito che ci omaggiò anche di due indispensabili anelli a due dita, uno con scritto TUPAC, e l’altro con scritto GLASNOST.
Glasnost era il nome del mio povero cane, che allenavo per le battute di caccia ai bambini che annualmente si organizzava nelle foreste di Segrate. Lo chiamavo così perché non gli davo da mangiare (doveva essere ben affamato per rincorrere i bambini), ed era trasparente, il povero. Morì di disinteresse e vecchiaia il giorno che quella disgraziata della vicina gli diede una bistecca; forse capì che la lotta non era la finalità ultima ontologica nella quale si doveva realizzare, e che noi e i nostri baloccamenti potevamo ben andarcene a fare in culo.
Memore della terribile perdita che mi lacerò nel mezzo dei miei sette anni e mezzo, mi salì un furor sacro che, unito alle droghe pesanti, mi consentì quella sera di agire in maniera rapida, efficace e precisa.
La prima difficoltà fu entrare. L’ingresso era ben vigilato da buttafuori – stupratori con un master IED in moda – che non permettevano l’ingresso a chi non fosse vestito in maniera cool e raffinata. Siccome noi avevamo sì e no la raffinatezza di girare le mutande alla fine della settimana, e le nostre scarpe erano fatte di pane raffermo e fil di ferro (tranne il Gems che gira con gli anfibi coi teschi sopra, un caro ricordo del nonno), non avevamo speranze di entrare senza tirar fuori le lame. Fortuna volle che un manipolo di prusuttielli si fosse accalcato in pochi secondi, cercando di forzare l’ingresso e apostrofandoli con frasi strategicamente non molto valide, tipo “Uà capo, siccome che sono del millenovegiendottandanuove songhe maggiorenne e vaccinato e teng’ ro curtiell, capisci ammè?”. Inevitabilmente tutto finì a doghe in faccia e, nel marasma generale, potemmo intrufolarci nella calura dei balli del ghetto.
L’Umberto Smaila infamassimo si crogiolava in mezzo ad avvenenti signorine minorenni e probabilmente sieropositive in attesa che il vocalist lo chiamasse a duettare con Sardella l’inno dell’UDC. Non appena il Tommaso lo scorse, impugnò il sitar e si diresse con occhi di bragia verso di lui, gridando qualcosa su Tuol Sleng. Per fortuna riuscimmo a fermarlo in tempo! Lo Smaila era infatti circondato da guardie del corpo ex-KGB di nome Sergej, Nikolaj e Anatolij, il capo. Naturalmente non avevamo bisogno di chieder loro il nome, perché ai tempi di Stalin in Russia si davano solo tre nomi a quelli che sarebbero diventati poi i cattivi, e loro erano i cattivi.
Col fatto che il K. aveva studiato per qualche anno la mente umana in Russia e aveva conseguito un master in metodi pavloviani applicati all’educazione prescolare, mentre Gems si era addestrato in Iran con gli spetsnaz, mandammo loro due in avanti, mentre con l’aiuto del reiki il Tomma si caricava di furia distruttrice. Io mi curai solo di guardare il culo alle flygirls e a gridare SQUADRA NARCOTICI poco prima che tutto avesse inizio.
Commenti (0) Dite la vostra ch'io ho detto la mia

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